Storia tragicomica del tre per cento del deficit pubblico
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Storia tragicomica del tre per cento del deficit pubblico

La soglia del 3% condiziona governi, imprese e persone. Ma come è nata?

Storia tragicomica del tre per cento del deficit pubblico

Alzi la mano chi, almeno negli ultimi 3-4 anni, non ha mai sentito parlare dei parametri di Maastricht e del 3% nel deficit pubblico? E’ per rispettare questo 3% che, in qualche occasione, i politici italiani hanno dovuto tagliare la spesa, a livello centrale, con ripercussioni anche a livello poi locale.

Ma le ripercussioni ci sono anche nei consumi e tra i consumatori, visto che per rispettare il 3% si è ricorso, in una fase recessiva, al ritocco al rialzo dell’asticella dell’IVA. Ma ritorniamo alla macroeconomia.

Il trattato di Maastricht del 1993 fissava i criteri di convergenza per l’accesso all’Unione Europea. I principali paletti erano rappresentati dall’obbligo di tenere il debito pubblico sotto il 60% del Pil; di avere una inflazione contenuta entro il 2% e, per l’appunto, di tenere sotto il 3% il deficit pubblico.
Iniziamo con il dire che con deficit pubblico (o disavanzo statale) si va ad intendere il saldo (negativo, in caso contrario si parla di surplus) tra le entrate (perlopiù dal fisco) e le spese della pubblica amministrazione.

Capite bene che con il parametro del debito pubblico non è rispettato non solo dall’Italia, ma da una buona fetta dei Paesi Ue. Sull’inflazione si può intervenire con politiche monetarie. Resta il 3% del deficit.  

L’Italia, negli ultimi anni, tagliando alcune spese del welfare è riuscita a centrare l’obiettivo del 3%. Cosa che non è riuscita, nello stesso periodo, all’Olanda, alla Spagna e alla Francia; e fuori dalla moneta euro anche al Regno Unito, che era al 7,8% nel 2013. Diverso discorso per gli Usa, che stampano moneta, ma che sempre nel 2013 veleggiavano verso l’8,5%.

Ma chi è come ha deciso questa cosa del 3%?

Facciamo un passo indietro e andiamo nella Francia della Sfinge Mitterand. Il presidente e i socialisti, per mantenere le promesse elettorali, avevano fatto crescere il deficit da 50 a oltre 90 miliardi di franchi. Il presidente capì che così non si poteva andare avanti e contattò il Dipartimento del Bilancio al Ministero delle Finanze.

La richiesta era semplice: mettere un paletto alle spese pubbliche ormai fuori controllo. E fu così che Roland de Villepin e Guy Abeille tirarono fuori dal cilindro il rapporto al 3%.

Ora, una pensa che i due giovani studiosi avessero studiato la cosa per bene. Ma le cose non andarono così. La soglia del 3% vide la luce in meno di un’ora e, per ammissione dello stesso Abeille, “senza alcuna riflessione teorica”. O perlomeno senza alcuna riflessione teorica seria e ponderata. E Abeille stesso a dire: “Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6 % del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un'analisi teorica.”

Già, ma che c’entra la Francia del presidente donnaiolo con i seri e rigorosi parametri stabiliti dai superburocrati di Maastricht?

C’entra perché la cosa piacque a detti superburocrati che inglobarono la regola all’interno dei Trattati di Maastricht. Il punto è che il 3%, sia pure pensato in maniera frettolosa, fu partorito in un contesto che prevedeva tassi di crescita ben più elevati di quelli attualmente in corso d’opera nell’area Ue.

Ora, la parte tragica, di questo 3%, è nella difficoltà di imprese e consumatori che pagano un’IVA più elevata, nonché la perdita di servizi sociali altrimenti garantiti.

La parte comica è che persone anche istruite pensano che i parametri vengon fuori dopo analisi accurate eseguite dalle migliori teste d’uovo.

 

E invece… 

 
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