 L’ultimo romanzo “Il vento dei demoni” di Marco Buticchi è, more solito, costruito su più piani temporali e spaziali. Nell’ultimo lavoro un filone porta il lettore nell’età del bronzo, un altro lo catapulta da qualche parte nella Francia al tempo della crociata contro i catari e l’ultimo filone, molto più corposo, ha la sua genesi nell’iscrizione ad un partito di un giovane caporale a nome Adolf Hitler e, attraversando tutto il secolo scorso, arriva ai giorni nostri e ad un possibile mexican stand off, canna rigata contro canna rigata, o meglio arsenale nucleare versus arsenale nucleare, tra l’Iran e il mondo occidentale. Il minimo comune multiplo tra queste avventure è una pietra dai misteriosi poteri. Per quella pietra il sacerdote Athor e la sua amata Dehal dovranno affrontare la perfidia e la persecuzione di Karesh, la leggenda della pietra sarà legata anche a Montsegur (foto) e alla fuga d’amore di Aymon e Marie–Louise; la stessa pietra sarà al centro delle attenzioni dei gerarchi nazisti. Un altro filone ha, infatti, come punto di partenza la morbosa ossessione dei nazisti Hitler, Rahn e Himmler per antiche ed esoteriche vestigia e manufatti. In questo periplo il lettore verrà edotto sulla geometria occulta ed esoterica del castello di Wewelsburg,sulle messinscene dei nazisti e sul tentativo di Hess di cercare una pace separata con la nobiltà inglese all’insaputa del primo ministro Churchill, pace sventata da una parte dei servizi segreti, il Soe. Il focus che parte dal secondo conflitto e della ricerca, nella zona di Montsegur, dell’arma definitiva ha un primo epilogo nel Sudamerica degli anni settanta laddove alcuni uomini d’affari altri non sono che i gerarchi nazisti Bormann, Heydrich ed altri scampati alla giustizia e ai cacciatori ebrei. La leggenda della misteriosa arma prosegue sino ai giorni nostri facendo da prologo al possibile Armageddon nucleare, orchestrato da servizi deviati americani, tra Israele e Iran; a sventare il tutto e a salvare un politico iraniano sarà l’ex capo del Mossad Oswald Breil. Da non dirsi. I diversi fili narrativi sono intrecciati su più piani temporali e possono risultare credibili solo in virtù del dono dell’incantatore, dono che Marco Buticchi possiede, e di una notevole preparazione storica sul tempo degli eventi, anche questa non gli fa difetto. Un romanzo poderoso con una miriade di personaggi che diventa difficile elencare, con uomini e donne forti contrastate da meschini personaggi che investiti d’una piccola autorità, li ostacolano ora per interesse e ora per semplice noia. Non c’è solo Hitler c’è anche l’ascesa di Papa di cognome Pacelli. C’è il Male grande, il nazismo, ma a volte sono le piccole cattiverie che fanno bollire il sangue. Buticchi miscela le une e le altre facendo capire in modo chiaro quale male può essere il bene. Ovviamente, nel romanzo, non c’è solo il male. In sottofondo, ma presente, c’è anche il potere dell’amore per l’amata, la forza del bene, del giusto. Forza che può portare una vecchietta ad uccidere e una donna a vedere, in una fortezza assediata, non solo sangue e olio bollente ma anche il sogno infranto di tanti innamorati. Le parole che non si sono detti, le promesse non potranno mantenute, il pianto inconsolabile. Il Vento dei demoni, l’arma o la pietra è lì, sempre, né buona né cattiva. Ed è l’uomo a decidere. Sempre.
Massimo Bencivenga |