Oscar De la Hoya come Leonard, Alì e Tyson. Basta
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Oscar De la Hoya come Leonard, Alì e Tyson. Basta

Ennesimo big match del pugile californiano che è uscito ridimensionato dall'incontro con Pacquiao. Forse si ritira. Forse

Oscar De la Hoya come Leonard, Alì e Tyson. Basta

Sembra che i pugili non riescano a stare lontano dal ring, dall’odore di cuoio, sudore e sangue. Il risultato di questi loro, per certi versi patetici, ritorni sono figuracce e batoste che prima ancora del fisico infrangono l’immagine che fu. E’ successo con Cassius Clay, al secolo Mohammed Alì, il pugile ballerino e il miglior promotore dei diritti degli afroamericani. E’ successo ad altre autentiche leggende come Ray “Sugar” Leonard, con Holmes, con Tyson, con Roberto Duran, il mitico “mani di pietra”, l’uomo del celebre “no mas” , basta così, nell’incontro con Leonard. Anche Oscar De La Hoya non riesce a stare lontano dal ring e dalle sfide. Il Golden Boy della boxe statunitense, il californiano che ha vinto in cinque categorie di peso diverse, l’uomo che sale sul ring con due bandiere, quella messicana e quella a stelle e strisce, il pugile che ha affrontato i Mayweather, prima il padre e poi il figlio, sembra essere arrivato al capolinea della sua comunque strepitosa carriera.


Una carriera partita nei sobborghi di East Los Angeles per manifestarsi nella bella Barcellona, ai giochi del 1992. Passato professionista ha incontrato autentici mostri sacri della boxe. Hanno incrociato i guantoni contro di lui il guerriero messicano Julio Cesar Chavez, che meriterebbe un discorso a parte; il ballerino picchiatore Felix Trinidad, il primo a batterlo; Shane Mosley, l’uomo campione in tre diverse categorie; Bernard Hopkins, il miglior peso medio dai tempi di Hagler, l’unico a stenderlo anche se il primo conteggio glielo ha inflitto l’Italiano Campanella. Nel mentre ci sono un paio di abbandoni, l’incisione di un disco e la sua faccia che diventa un’icona per gli ispanici. Tutto questo prima del match impossibile, così era stato nominato l’ultimo, per ora, incontro, quello contro il filippino Pacquiao. Impossibile per via della grande differenza di peso, Oscar è sceso e l’altro è salito incontrandosi a metà strada. Il pronostico era per il Golden Boy in virtù dell’esperienza e di teorie riguardo al miglioramento scendendo di peso. Il ring ha emesso un altro verdetto, non sono stati i centimetri a fare la differenza ma la velocità. All’ottavo round l’allenatore del californiano lo ha tenuto seduto all’angolo, fermo. Brutta fine per chi ha visto le stelle. Non è andato giù ma lui lo avrebbe preferito. Non sono mai stato un grande estimatore di De La Hoya, uno che montava assurdi complotti quando perdeva, famoso il suo “i giudici non capiscono la mia boxe” dopo la sconfitta con Trinidad, ed altro ancora. A differenza di tanti altri ha la faccia e il carisma per fare altro nella vita oltre alla boxe. Alcuni italiani invece sono più capaci come commentatori di reality che come pugili ( vero Cantatore?)… che tristezza. Oscar De La Hoya era giovane e forte quando incontrò Julio Cesar Chavez, che era invece agli sgoccioli della sua leggendaria carriera. Ciononostante Chavez uscì sconfitto dal match ma non ridimensionato nel corpo e nell’anima. Non è stato così per Oscar. gli va comunque riconosciuto che ha sempre voluto confrontarsi con i migliori, altri costruiscono buoni record con avversari "su misura". E va bene così, sei stato grande, ma puo bastare. No mas Oscar.

 

                                                                       Massimo  Bencivenga

 
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