L'economia e le liti europee viste da Alberto Alesina
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L'economia e le liti europee viste da Alberto Alesina

L'economista italiano di Harvard, con un esempio semplice, traccia il comportamento economico e sociale dell'odierna Europa.

L'economia e le liti europee viste da Alberto Alesina

 

Il premier Mario Monti ha nominato il nuovo ministro dell’Economia e delle Finanze.
Nuovo non già perché abbia sostituito qualcuno, bensì nuovo perché lui stesso s’era tenuto l’interim per quel dicastero.
Un interim durato sei mesi; a se l’avesse fatto qualcun altro, si sarebbero eccome levati strali su strali a dire: “Oh, notar ser Mario Monti, quando, di grazia, nomar vorrai lo ministro?”.

Ed invece niente, anzi, in tanti la cosuccia del ministero ad interim se l’erano proprio dimenticata. Né sembrava comprensibile che uno come Vittorio Grilli, che era stato in ben altri board e un papabile forte per la direzione di Palazzo Koch, accettasse, senza previe garanzie, un posto da vice.

Lo è stato vice, adesso non più.
Va da sé che anche Vittorio Grilli appartiene alla genia delle persone formate alla Bocconi.
Della Bocconi è figlio anche Alberto Alesina, compagno di corso di Renato Soru, ex governatore della Sardegna, coetaneo di Vittorio Grilli, i due, anzi i tre, si saranno di sicuro incrociati all’Università.

 

 

Alberto Alesina è professore e capo dipartimento ad Harvard, ed ogni tanto fa sentire la sua sui giornali e sui settimanali. Qualche settimana fa ha cercato, con un esempio banale, di esemplificare cosa è, dal punto di vista economico e sociale, l’Europa oggi. Ecco il suo articolo su l’Espresso.

Per chi è stufo di sentir parlare d’incomprensibili diavolerie finanziarie, i fondi-salvastati eccetera, brillanti idee per salvare l’euro, ecco in parole povere il problema dell’Europa di oggi.
Immaginatevi un gruppo di amici (i paesi europei) che decidono di uscire a cena insieme.
Prima di ordinare si accordano che ognuno pagherà il proprio conto.
Alcuni ordinano aragosta e champagne, altri un’insalata mista e acqua minerale.
Arriva poi il conto, scontato da un oste (il signor Mercato) per ora assai bonario.
L’oste, vedendosi ordinare aragoste e champagne, e fiducioso che qualcuno avrebbe pagato, si frega le mani. Sono tranquillo, pensa, questi sono signori distinti, con una cultura e un’educazione indiscutibili, il fior fiore della clientela, non quei sudamericani che mi hanno fatto dannare qualche tempo fa.  
Ma attenzione: i signori dell’aragosta si accorgono di non avere abbastanza soldi per pagare. Non avevamo previsto che le aragoste fossero cosi care, dicono, pensavamo di farcela da soli.
A quel punto chiedono di dividere il conto fra tutti i commensali, anche quelli che hanno ordinato l’insalata.
Questi signori stizziti rispondono picche. «Questi non erano gli accordi», dicono.
Le discussioni continuano interminabili.
Nel frattempo si avvicina l’ora di chiusura del ristorante.
L’oste si spazientisce perché deve pagare gli straordinari ai camerieri e comincia a temere che un bel profitto si trasformi in una perdita.
Così si innervosisce, si avvicina al tavolo e dice: «Il prezzo della cena è aumentato perché devo pagare gli straordinari ai camerieri che aspettano che voi saldiate il conto e andiate via per sistemare il tavolo».
I signori dell’insalata sarebbero pronti a pagare il loro conto e andar via ma l’oste, sempre più burbero, dice: «Non mi fido, state tutti qui finché il conto non è saldato per intero; anzi, il conto sale ogni minuto che passa fino al pagamento finale».
A questo punto i signori dell’aragosta sbraitano, urlando ai signori dell’insalata di «far presto» perché se non tirano fuori i soldi si finisce tutti  in cucina a lavare i piatti e più si aspetta più il conto sale e più a lungo si dovrà lavorare.
Se foste stati un po’ meno rigidi, dicono, sarebbe già tutto a posto.
Le tensioni tra i commensali aumentano.
Parrebbe ovvio che convenga anche ai signori dell’insalata pagare per tutti per non finire in cucina. Ma forse non è così chiaro.
Infatti, pensano i signori dell’insalata, «E’ vero che se non pago per le aragoste finisco in cucina, ma mi costa di più l’umiliazione di perdere la mia reputazione di onestà e il duro lavoro del lavapiatti o le aragoste di questi signori? E se pago ora, alla prossima cena poi ci risiamo: altre aragoste».
A questo punto, continuano a pensare, «il prezzo delle aragoste è salito cosi tanto che non e più così ovvio che cosa mi convenga fare. Tra l’altro, dopo il periodo del lavapiatti, ci saremo liberati finalmente di tutti questi amici che prima s’impegnano a pagare e poi non hanno i soldi. Insomma, è un ragionamento un po’ cinico certo, ma dopo aver sofferto in cucina poi saremo liberi, e mai più cene in comune».

Questa è l’Europa di oggi.

 

Massimo Bencivenga

 

 
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