L'Italia sta scontando, dopo 22 anni, le conseguenze di Chernobyl...
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L'Italia sta scontando, dopo 22 anni, le conseguenze di Chernobyl...

La nube radioattiva di ventidue anni continua ad infierire sugli italiani.

L'Italia sta scontando, dopo 22 anni, le conseguenze di Chernobyl...

Sembra ieri eppure sono già passati 5 anni. Una domenica mattina di 5 anni fa, 28 settembre 2003, l’Italia si svegliò, impotente e nuda, nel buio. Una profonda, inquietante verità inondò con il suo buio gli italiani illuminandoli sulla pochezza della sua politica energetica. L’Italia fu detto, e molti l’appresero in quella circostanza, non riusciva, e non riesce, a sostenere se stessa dal punto di vista energetico, un dramma per una nazione che aspira ad essere tra le grandi della terra e che per “funzionare” e tenere in piedi la sua economia dipende dalla perfezione tecnica di un qualche generatore in Slovenia o dalle voglie e dai capricci di un qualche “Signore del gas” nell’Europa dell’est, gente che usa la canna del gas come un tempo si usava la canna rigata di una pistola per imporre la propria volontà.

 Il buio, è bene ribadirlo, ha una genesi più antica e, per ironia della sorte, ha la sua origine dalle stesse parti da cui adesso dipende l’energia Italiana.

Chernobyl, ucraina oggi e Unione Sovietica ieri, 26 Aprile 1986, ore 01:23, un giorno non come tanti. Qualcosa all’interno del reattore 4, qualsiasi cosa fosse non funzionò, non volle funzionare. Il mondo sperimentò la paura da contaminazione nucleare.

Ecco la parolina magica:paura. I politici l’hanno sempre usata per distorcere, distogliere, deviare il focus del popolo. Sull’onda emotiva della paura, della psicosi e dell’isteria collettiva i politici andarono in televisione discorrendo di fusioni, neutroni ed elettroni e a nulla valsero le difese al nucleare dei nostri eminenti scienziati, Tullio Regge ancora ricorda con fastidio quel periodo dove lui e altri fisici venivano zittiti da politici ignoranti. La paura non smise di montare e si arrivò al referendum che sancì, in modo democratico, che in Italia la parola nucleare non doveva più essere pensata. Le nostre rudimentali centrali vennero non dismesse ma abbandonate, e sono più pericolose adesso che prima. E pochi lo dicono.

 

Il buio del 2003 fu il risultato di una scelta politica pilotata dalla paura e dall’ignoranza.

 

E le nostre tasche, prima ancora di ogni possibile scenario geo-politico, ne stanno pagando le conseguenze con bollette pazze anche in virtù di una reale mancanza, anche questa pilotata politicamente, di concorrenza e di competitor nello scenario energetico italiano. Adesso sembrano in tanti a voler virare di nuovo verso il nucleare. Il problema è che se anche partissimo domani con la costruzione di nuove centrali queste non verrebbero ultimate prima di dieci anni.

 

Abbiamo i soldi per pagare altri dieci anni di bollette in un regime pressocchè monopolistico? Certo che sì! Ma a che prezzo??

 

 

 

Quello della paura e dell’uso politico della paura è un argomento che merita una riflessione in più. I momenti di crisi o di paura sono i momenti migliori, per i politici, per far passare norme e leggi che, in condizioni normali, avrebbero un iter molto più lungo e dal dubbio risultato. Un effetto pratico della paura e della lotta al terrore è stata un giro di vita nell’intrusione nella nostra privacy. Siamo più spiati noi, le nostre finanze e i nostri comportamenti ma lo accettiamo, lo stiamo già accettando, in cambio di una virtuale sicurezza in più. La paura di un crac finanziario e delle sue conseguenze sta facendo accettare dai solitamente liberisti statunitensi leggi e norme impensabili sino a solo qualche mese fa. Leggi e norme che nella concezione statunitense dell'economia e della finanza non sarebbero mai state neanche proposte. In condizioni normali.

 

 

 

 

 

 

                                                                               Massimo     Bencivenga

 

L'uso politico della paura e la reazione del popolo alla stessa sono il carburante della dialettica di dominio e controllo.

 

 

 
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