L'OCSE afferma che in Italia l'industria inventa poco o niente
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L'OCSE afferma che in Italia l'industria inventa poco o niente

E come dar loro torto?

L'OCSE afferma che in Italia l'industria inventa poco o niente

In questo periodo si fa un gran parlare di lavoro e di crisi. Mario Monti, in piena crisi di risultati perché lo spread resta sembra alto (la finanza) e gli indicatori macroeconomici sono tutti peggiorati, arriva quasi a dire che lo Statuto dei lavoratori si ritorce contro gli stessi, sempre con i lavoratori se la prendono.

Ignazio Visco, in un’altra conferenza, parte bene quando dice che la produttività non significa far correre di più i lavoratori, ma poi sempre sugli ultimi va a parare quando dice che una rivisitazione del welfare sia necessaria.

Ma come siamo messi in generale? Non bene dal momento che all’interno dei Paesi del G20 siamo quelli che crescono di meno; il dato non è di qualche ricercatore comunista né tantomeno di qualche urlatore dell’antipolitica.
No, il dato è stato presentato dall’OCSE.


Con un Pil al -0,8 per cento registrato dal nostro Paese nel secondo trimestre 2012, il belpaese si classifica al ventesimo posto tra i venti grandi Paesi industrializzati, appena davanti al Regno Unito (-0,5%) e alla Francia (crescita zero). I applichiamo i dati Ocse per calcolare la media di tutti i Paesi del G20, il Pil rallenta a +0,6% nel secondo trimestre dal +0,7% del primo trimestre.
Il punto è che l’Italia, a sentire il rapporto, inventa un poco pochino.


Anche perché s’investe poco, e i risultati, anche nel campo della ricerca industriale, sono proporzionali alle risorse, umane e finanziarie, impiegate. Salvo qualche rara eccezione, il classico colpo di culo, magari arrivato mentre si studiava tutt’altro. Nel pubblico le cose non vanno affatto meglio.
Gli investimenti pubblici nella ricerca dell'Italia, da sempre inferiori alla media dei paesi industrializzati, pur in presenza della leggera crescita negli ultimi anni, rimangono deboli e i legami tra il settore privato e i ricercatori, da sempre labili, sono diventati ancora più sottili. L’OCSE sottolinea che in Italia “l'innovazione sarà cruciale per stimolare la competitività e la crescita sostenibile nel lungo termine”.

Si legge nel rapporto, "Nel 2010 la spesa domestica in ricerca era pari a solo l'1,26% del Pil, circa la meta' della media Ocse, una percentuale piu' in linea con i paesi in via di sviluppo". "Il settore privato contribuisce solo a circa la meta' di tale spesa, una quota bassa per un'economia avanzata". Questa "bassa quota di ricerca pubblica finanziata dall'industria", afferma l'Ocse, "indica deboli legami tra l'industria e la ricerca: il tasso di brevetti delle giovani imprese e' basso".

L’Italia post-industriale, ammesso che un tempo lo sia stata, è diventata un paese di venditori di merce prodotta altrove.
Bisogna innescare di nuovo la spirale invenzione/innovazione-maggiore competitività-maggiori risorse-invenzione/innovazione.
Ce la faremo?

Massimo Bencivenga

 

 
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