Referendum UE per la Gran Bretagna. Alcune considerazioni economiche e finanziarie
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Referendum UE per la Gran Bretagna. Alcune considerazioni economiche e finanziarie

David Cameron lascerà la parola ai britannici. In un modo o nell'altro si risolverà la questione britannica. O dentro o fuori.

Referendum UE per la Gran Bretagna. Alcune considerazioni economiche e finanziarie

 

Il Gennaio del 2013 ha portato, per l’Europa, il referendum della Gran Bretagna sull’Europa. Gli economisti di tutta Europa e tutto il mondo stanno cominciando a ipotizzare i vari scenari, e chissà se questa volta riusciranno a prenderci. Un fatto positivo c’è: in un modo o nell’altro la figura anomala della Gran Bretagna all’interno dell’UE verrebbe comunque spazzata via. O dentro in tutti i modi, senza più la sterlina per intenderci; o si è fuori, con la Sterlina. Paul De Grauwe, prof di economia a consulente di Barroso, ha detto, più o meno testualmente e fuori dai denti: “Sapete cosa si deve rispondere alla Gran Bretagna? Se volete andare, la porta è quella. Dopo staremo tutti più tranquilli”.

Mario Sarcinelli, banchiere di lungo corso, ha detto che: “La politica della Gran Bretagna è stata sin dalla riunione di Messina del 1955 ispirata allo scetticismo nei confronti della costruzione europea. In quell’occasione il suo rappresentante abbandonò la riunione con parole sprezzanti nei confronti dei colleghi e dell’impresa cui si accingevano. Quindi il Regno Unito si dedicò alla costruzione di un’alternativa Zona di libero scambio. Solo negli anni ‘70, dinanzi al successo della Cee, la Gran Bretagna, insieme con Danimarca e Irlanda, decise di aderire. Ma con la Thatcher, pochissimi anni dopo, ricominciarono i contrasti”. Si va molto indietro, nel ’55; con la Gran Bretagna molto più influente di adesso e fermamente convinta che la forza della stessa fosse da addebitare allo “splendido isolamento” che da sempre i figli d’Albione avevano scelto per sé.



E se la Gran Bretagna si staccasse realmente? Qualcuno butta acqua sul fuoco dicendo che, in ogni caso, ciò avverrebbe nel 2017, dopo un’altra tornata elettorale. E magari con i Laburisti di nuovo in sella, e pro-Europa, si potrebbe tornare a ragionare in termini di unità di intenti e di moneta.
La preoccupazione più forte è creare un precedente. Un conto è una Ue con la Gran Bretagna, un altro senza. Ma anche la Gran Bretagna deve farsi i suoi conti. Il 52% delle esportazioni britanniche è diretto in Europa. Più in generale, l’export degli altri 26 Paesi dell’Unione verso il Regno Unito è stato di 267,8 miliardi nei primi 10 mesi del 2012 contro i 250,9 dell’intero 2011 e i 229,4 del 2010 ( vedere grafici). Il saldo positivo dei primi 11 mesi è pari a 76,9 miliardi, un aumento di ben il 47,9% rispetto al saldo dello stesso periodo del 2011. Di contro, la Gran Bretagna ha venduto al resto d’Europa beni e soprattutto servizi finanziari per 190,9 miliardi contro i 189 del 2011 e i 168 del 2010.
Per quanto concerne l’Italia, la Gran Bretagna è il nostro quinto partner commerciale; le esportazioni italiane nel Regno Unito sono arrivate a 17,6 miliardi di euro, un aumento del 9,6% sullo stesso periodo dell’anno precedente. In proiezione, si potrebbe arrivare a 20 miliardi l’anno, e si rischia di perderne almeno parte. Le forniture nel settore della meccanica strumentale sono aumentate del 9,4% fino a 2,4 miliardi, performance ancora migliori hanno conosciuto i mezzi di trasporto e altri settori tradizionali del business to business, ma anche la moda è cresciuta del 6% fino a 2 miliardi. Intanto le importazioni dall’UK in Italia si sono fermate a 8 miliardi (-13,4% sul gennaio/novembre 2011), con un saldo a favore del nostro Paese assai positivo.

Di contro, la Gran Bretagna, fuori dalla Ue, dovrebbe, per le esportazioni, pagare dazio. Letteralmente. Perché, pur all’interno del Wto, si vedrebbe costretta ad affrontare dei dazi, in alcuni casi, alimentari e tessile, molto forti. I formaggi inglesi, si troverebbero ad affronterebbero una tassa d’importazione del 55% per raggiungere i mercati dell’Ue, che arriverebbe in certi casi al 200%. Il Cheddar Cheese avrebbe un aggravio fiscale di 167 euro al quintale, lo Stilton di 142. Abbastanza e più per metterli fuori mercato. E questi dazi devono far riflettere tutti, anche l’Italia, che punta tanto sulla gastronomia. I componenti per auto incontrerebbero un dazio del 4% all’ingresso in Europa. La Gran Bretagna, potrebbe però farsi valere all’interno del Doha Round del Wto, che durerà ancora parecchi anni, laddove è, ad oggi, un elemento di grande forza per il suo prestigio globale. Lì potrebbe far pressione a la cosa acuirebbe ancora di più la frattura con gli altri Stati del Vecchio Continente. Insomma, more solito, la situazione è complessa. E poi c’è la Finanza. La tanto vituperata Finanza.

Allo stato attuale, il 75% dell’economia inglese è fatto di servizi, e all’interno di essi quelli finanziari fanno la parte del leone. A Londra risponde il 40% delle operazioni di cambio riguardanti l’euro e le imprese di tutta Europa si appoggiano alla City per le emissioni obbligazionarie internazionali, per le operazioni di finanza strutturata, per il merger & acquisition. E la cosa è spesso motivo di tensioni, dal momento che la finanza tedesca o quella francese non sempre si trovano a proprio agio nel dover affrontare e seguire regole scritte a Londra. Ciò vale tanto per i tassi come il Libor ai mercati dei derivati, passando per gli hedge fund e per i fondi d’investimento di qualsiasi tipo. Il punto è che nella City gli operatori trovando, senza problema alcuno, un servizio competitivo, efficiente e conveniente fiscalmente. L’Eurozona è in grado, in tempi rapidi, di ricreare e offrire al suo interno una finanziaria così complessa e così sofisticata?

Massimo Bencivenga

 

 
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