Settembre 2009: un anno dalla crisi. Come siamo messi?
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Settembre 2009: un anno dalla crisi. Come siamo messi?

Un anno fa scoppiava la crisi finanziaria d'inizio millennio. Ad un anno l'Italia è messa

Settembre 2009: un anno dalla crisi. Come siamo messi?

Un anno fa di questi tempi la crisi. Intorno alla metà di settembre la Lehman Brothers, una tra le maggiori banche d’affari del mondo dichiarava fallimento, poco dopo entravano in una profonda crisi anche le amiche/nemiche della stessa, ossia Goldman Sachs, Citigroup e Morgan Stanley. Subito iniziarono i paragoni, mai del tutto veritieri, e né potrebberlo essere, con la crisi del ’29.
Negli States si decise, incredibile a dirsi, per una soluzione pubblica, in questo il presidente della Fed, Ben Bernanke, appena riconfermato, tenne fede al nomignolo di Helicopter Ben per la sua propensione nell’iniettare liquidità in tempi di crisi, foss’anche da un elicottero.

In Italia la parola crisi invece è stata bandita dal governo e dai portavoce, anzi, non di rado, sono state sprecate non poche lodi verso i nostri previdenti, prudenti e sagaci banchieri.
L’Italia uscirà prima e meglio è stato il mantra recitato dalla vigente nomenclatura.
E se da un lato, pur con un deficit che cresce e con un sempre maggiore ricorso alla cassa integrazione ed alla mobilità, non siamo entrati nella spirale che ha colpito Inghilterra, Irlanda, Islanda, Lettonia, Ungheria e Grecia è innegabile che in presenza di un minimo di ripresa da parte di Francia e Germania, quest’ultima notoriamente è un po’ la nostra locomotiva, l’Italia è cresciuta meno.
Ergo, di fatto non siano entrati nella crisi vera, non ancora almeno, ma non abbiamo ugualmente molto sprint. Possiamo dire che siamo fermi, ingessati, a fronte però di una leggera inflazione che, a meno che non diventi stagflazione, non è proprio il male assoluto nell’economia.
In Italia a circa un anno dalla crisi ci sono le opinioni contrapposte del ministro delle finanze Giulio Tremonti e del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. L’ennesima, stantia querelle tra chi mistifica i numeri in ragione del consenso degli elettori, e chi invece sacrifica il consenso all’integrità intellettuale. Politici e professori insomma. Il nostro banchiere più potente e resiliente, Cesare Geronzi, più che un fine intellettuale dei numeri è ben ammanigliato con politici e alti prelati, che non guastano mai.
C’è qualche faccia nuova? Già adesso è molto conosciuto e stimato, ma si prevede molto di più per Matteo Arpe. Matteo Arpe, bocconiano, è cresciuto alla scuola del più ottocentesco dei nostri banchieri del ventesimo secolo. Matteo Arpe è stato uno degli allievi prediletti di Enrico Cuccia il quale è stato, ad un tempo, uno degli uomini più potenti e riservati d’Italia. Si favoleggia che abbia concesso in vita sua una sola intervista, ma anche che politici d’ogni credo e colore andassero da lui con il capo cosparso di cenere. Mediobanca, la sua creatura è stata al centro della galassia dei poteri forti per interi decenni, ha fatto da stanza di compensazione tra raider finanziari, industriali e politici.
Matteo Arpe era il suo delfino.
Dal suo maestro, contrariamente a tanti altri banker, mi viene in mente Fiorani, Matteo Arpe ha imparato la consegna del silenzio, di quello che chiamano low profile. Infatti sono in tanti a conoscere Fiorani e pochi Matteo Arpe, ma tra i due c’è un’enorme differenza. Tutta a favore di Matteo Arpe.
Tanto per dire, lasciata Mediobanca alla morte del suo mentore, scalò posizioni su posizioni a Capitalia divenendone amministratore delegato, ma soprattutto è stato un case history nel quale l'andamento delle azioni di una banca seguono quella del dirigente di riferimento. In un primo momento, in Capitalia, Matteo Arpe andò d’amore e d’accordo con Cesare Geronzi, ma si scontrarono furiosamente al momento del paventato merger con Banca Intesa.
Dal conflitto Matteo Arpe ne uscì con le ossa rotte, si dimise, ma con le tasche piene in virtù della superliquidazione e con la voglia di “mettersi in proprio”.
Sul finire del 2007 Matteo Arpe ha infatti fondato Sator, la creatura riunisce un gruppo di professionisti di società finanziarie italiane e internazionali ed ha come core business il private equity, l'asset management, il private banking e la corporate speciality finance. E pian pianino si sta ritagliando un ruolo mica da ridere nel panorama bancario italiano.
Matteo Arpe non è appariscente come il Ricucci dei bei tempi, ma più affidabile. Detto della discrezione di Matteo Arpe lo stesso, un po’ per gioco e un po’ seriamente, si è preso l’uggiola di elaborare, insieme alla dottoressa Claudia Chioma, un’interessante intuizione che è sfociato in un lavoro pubblicato anche sulla rivista italiana dei matematici.
Matteo Arpe come Fermat che, magistrato di formazione, tirò fuori dal cilindro dei teoremi mica da ridere. Matteo Arpe è quindi una personalità estremamente versatile, un giovane, per i criteri dei banker, da seguire con interesse e speranza che tanta qualità, se supportata da buone intenzioni, possa riversarsi anche nel pubblico, non tanto come politico ma come garante o in ruoli istituzionali. Per una volta, nel caso di Matteo Arpe, un incompetente non verrebbe investito di troppo potere e responsabilità. Banchieri come Matteo Arpe fanno ben sperare.
Giusto per chiudere il cerchio diciamo che, tra Mediobanca e Capitalia, Matteo Arpe ha avuto anche un’esperienza in Lehman Brothers.
                                      Massimo Bencivenga

 
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