Si fa vera guerra ai paradisi fiscali?
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Si fa vera guerra ai paradisi fiscali?

Sì e no. Qualcuno (gli Usa) ci stanno andando giù duro, qualcun altro (l'Italia) è ferma ad accordi del secolo scorso perchè i nuovi tarttati anti evasione non sono mai stati ratificati

Si fa vera guerra ai paradisi fiscali?


La lotta al terrorismo e la crisi finanziaria sono state due casus belli per dichiarare guerra ai paradisi fiscali. Una guerra che, invero, a fronte di numerosi proclami, ha riscosso ben pochi risultati.
I politici starebbero cercando di tenere buona l’opinione pubblica vessata da tagli al welfare offrendo la “testa” degli evasori. Ma le cose stanno andando davvero così?
Qualcosa in realtà si starebbe muovendo.
Dallo scorso Aprile, il Lussemburgo si è detto pronto a aprire i conti dei propri istituti di credito alle indagini fiscali dei paesi partner della UE.

La Svizzera è sotto pressione. E a un bivio. Cosa vuole fare da grande? Entrare nell’euro, aprire i bunker alle indagini o diventare uno Stato Canaglia dal punto di vista finanziario? In ogni caso perderebbe qualcosa. Gli Stati Uniti stanno facendo un forte pressing verso il Paese della Croce Rossa che, qualora dovesse capitolare sul segreto, ha molto di più da perdere di piccole Stati come San Marino, Montecarlo o Andorra.

Il 19 Aprile, nell’ambito del G20, i ministri delle finanze dei paesi hanno siglato un appello (solo un appello?) a favore di una Cooperazione internazionale in campo tributario. Per l’Italia ha firmato Vittorio Grilli. Il Sole 24 ore non mancato di far notare che forse il Ministro in passato ha usufruito di qualche paradiso fiscale. Il ministro si è difeso dichiarando che si tratta di “conti in chiaro, dichiarati”, su cui avrebbe pagato le tasse.

 



OCSE
, nell’ultimo rapporto annuale, parliamo del 2012, ha segnalato l’esistenza di qualcosa come 800 accordi bilaterali per lo scambio di informazioni fiscali tra le autorità di Paesi diversi. Un vero ginepraio. In alcuni casi, le indagini fiscali devono rispettare il segreto professionale di avvocati e notai. Cioè niente notizie, o pochissime e senza troppa importanza. Oppure si richiedono una lunga serie di dettagli sul presunto evasore; una serie talmente lunga e talmente generica da prestare il fianco al no degli istituti di credito. Ci sono poi gli accordi di scarsa o nulla efficacia. Una collaborazione tra le Bermuda e la Malaysia, oppure tra Finlandia e Islanda è nulla o quasi nell’un come nell’altro caso.

E l’Italia? Lasciamo un po’ da parte i rapporti con San Marino e lo Ior e andiamo off-shore. Lo scorso Dicembre è stato siglato un accordo con le famigerate Cayman Islands. E qualche mese prima ci sono stati degli accordi con Bermuda, Isole Cook, Gibilterra e altri paradisi meno noti, almeno a me, Guernsey e Jersey. Il punto è che nessuno di questi trattati risulta al momento ratificato. Vige, con i nostri vicini della Svizzera, un trattato del 1976 che, giocoforza, non può essere efficace nel 2013, quando i soldi si spostano con la velocità dei fotoni; e gli esperti OCSE ritengono che detto trattato non rispetti gli standard di trasparenza fissati e richiesti dall’organizzazione internazionale. Prevedibile, no?

Con San Marino, sempre lo scorso Aprile, è stato siglato un nuovo protocollo. Resta da vedere come e se funzionerà, ammesso che divenga operativo.
La forte pressione Usa ha fatto breccia nel Governo Svizzero che lo scorso 10 Aprile, pur stigmatizzando la “diplomazia dei cow boy”, ha accettato le dure condizioni del Facta, che sta per Foreign account tax compliance act. Una serie di accordi che obbligherà gli istituti stranieri (non solo svizzeri ma di tutti qulli che accetteranno il Facta) a rendere noto al Fisco di Washington i clienti a stelle e strisce.

Nella breccia aperta da Obama stanno cercando di passare anche i Paesi UE, solo che, more solito, ognuno fa da sé.

Gli inglesi hanno imposto un accordo che prevede una tassazione una tantum a carico dei cittadini britannici con conti in Svizzera. Una tantum ma variabile tra una aliquota che andrà dal 19 al 34 per cento del patrimonio non dichiarato in patria.
Qualcosa di simile stava facendo anche la Germania, ma la Merkel, sostenitrice di questo tipo di accordo, ha dovuto fare marcia indietro. Motivo? Per i tedeschi il trattato era troppo morbido per gli evasori.
Ma alcuni Lander hanno preso iniziative autonome, e gli evasori stanno passando dei brutti momenti.

E l’Italia? Abbiamo già detto che siamo fermi, con la Svizzera, al 1976.

Massimo Bencivenga

 

 
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