Barack Obama un anno dopo, tra speranze e lobby massoniche
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Barack Obama un anno dopo, tra speranze e lobby massoniche

Un anno fa Barack Obama diventava Presidente degli Stati Uniti d'America:lo scorso weekend i democratici hanno subito alcune sconfitte elettorali mentre il Presidente indeciso e imbagliato su molte questioni

Barack Obama un anno dopo, tra speranze e lobby massoniche

Un anno fa la Speranza conquistava la Casa Bianca, un anno fa Barack Obama diventava Presidente degli Stati Uniti d’America incarnando il sogno e la rincorsa non solo dei neri, ma di tutti quelli che non erano WASP (White Anglo-Saxon Protestant).
Un anno dopo la popolarità e il carisma di Barack Obama è in caduta libera, niente di troppo preoccupante, ma l’attesa messianica si è scontrata con il veto incrociato delle lobby. Obama e la sua amministrazione sono ostaggio di queste associazioni che, in senso lato, possiamo anche chiamare massoniche.
I grembiulini, la squadra e il compasso dei fratelli magari c’entreranno poco con questi stakeholder, ma il dato di fatto è innegabile.

Una forte lobby, e la massoneria c’entra e non c’entra, non vuole la tanto agognata riforma sanitaria; il Presidente Obama è ancora alla ricerca di una bozza, una proposta che non venga cestinata a prescindere.
Per quanto riguarda la questione clima, un altro punto sul quale il Presidente Obama aveva preannunciato discontinuità con l’amministrazione democratica di Bush, siamo alle buone intenzioni.
In realtà si cerca più che altro di costringere Cina ed India ad adeguarsi a protocolli ecologici che frenerebbero la loro crescita anziché provare ad approntare un piano climatico veramente alternativo.
Anche qui una forte lobby, che non sarà massonica, ma non cambia la sostanza dei fatti, si oppone ad una decisa virata verso il verde del presidente Obama.
Mark Hertsgaard non manca mai di sottolineare, sul suo seguitissimo blog, che il Presidente Obama,per quanto riguarda il clima, può e deve fare di più.
Sulla questione dell’Afghanistan il Presidente Obama sta vagliando le varie possibilità, che poi si riducono ad un incremento dei soldati, la richiesta di alcuni generali, o ad una politica improntata ad una soluzione che preveda più intelligence e meno mezzi corazzati. Esistono naturalmente, tra questi due estremi, tante altre possibilità.
E queste possibilità stanno paralizzando la politica militare statunitense.
Lo scorso week-end ci sono state alcune elezioni e i risultati non sono stati soddisfacenti per i democratici di Barack Obama che, seppur hanno tenuto il governo di alcune città, hanno perso una roccaforte democratica come il New Jersey.
Alla carica di governatore del New Jersey i democrats presentavano Jon Corzine, uomo forte della potente lobby Goldman Sachs.
Con il senno di poi serpeggia la voce che sia stato la persona, ossia Corzine a perdere e non il partito, il Presidente è al 54% nei sondaggi, ma sono considerazioni da post sconfitta elettorale.

E l’anno scorso nel New Jersey Obama aveva preso il 57% dei voti.

Il tutto è appesantito dalla crisi economica, da una disoccupazione alle stelle per gli standard statunitensi e da un futuro che, per chi abituato a sognare, abitato da non pochi incubi. Quello che è certo è che la luna di miele del Presidente Obama con gli americani e la stampa è finita da un pezzo, adesso non è più tempo di proclami ma tempo di fare qualcosa di diverso, e di costruttivo per il paese. Le resistenze sono tante, forti, decise, tenaci. Ma è stato Obama stesso a coniare il suo “Yes, we Can”.

                               Massimo Bencivenga

 
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