In attesa della Web Tax, si comincia a pagare la Porno Tax
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In attesa della Web Tax, si comincia a pagare la Porno Tax

Della Web Tax se ne riparlerà, intanto oggi 2 Gennaio si paga la Porno Tax. Cos'è e chi la deve pagare?

In attesa della Web Tax, si comincia a pagare la Porno Tax

Della Web Tax si riparlerà più avanti.

L’entrata in vigore della contestatissima “tassa su Internet” è stata inserita all’interno del provvedimento Milleproroghe e posticipata al 1 luglio 2014. Se pure al guerra sembra giusta, nel caso italiano sembra errato il metodo, che peraltro potrebbe anche esporre l’Italia a qualche multina Ue. In tal caso, chi pagherà la sanzione? Chi l’ha fortemente voluta o tutti gli italiani? Peraltro, in tema digitale nel nostro paese si parla più dal lato fiscale che da quello tecnico ed operativo. Dove sono finite le belle parole su Agenda Digitale?

Il commissario Francesco Caio potrebbe essere, per una volta, l’uomo giusto al posto giusto, uno competente in materia, tutto sommato anche gradito alla maggioranza dei politici del Governo Letta, ma tutto questo potrebbe non bastare. Perché per porre in essere i progetti ci vogliono i soldi, e quelli non ci sono. È notizia abbastanza recente il fatto che non vi sia traccia di assegnazione di fondi europei alle infrastrutture digitali, il che vale a dire che all’interno della bozza della programmazione dei Fondi strutturali 2014-2020, elaborata dal dipartimento sviluppo e coesione presso Ministro per la Coesione territoriale. Per le infrastrutture digitali, le nuove autostrade che potrebbero far ripartire il paese, ci sarebbero solo i fondi nazionali, “sviluppo e coesione”, ossia gli ex Fas. La storie recente e l'esperienza insegna che le risorse nazionali sono risorse solo a parole e sulla carta, perlomeno quando si parla di alcune tematiche, basti ricordare gli 800 milioni della banda larga dell'ultimo Governo Berlusconi.

Accanto alla Web Tax si parla anche di Porno Tax.

Una cosa, peralto, non nuova. Anzi. Il Decreto-Legge 29 novembre 2008 n. 185 (il cosiddetto “Decreto Salva-crisi”) ripropose la famosa e sin qui mai applicata Porno Tax introdotta a suo tempo con l’art. 1 della L. 466/05 (Finanziaria 2006). Una disposizione fiscale che impone un’addizionale di imposta pari al 25% sui redditi per tutti i soggetti (titolari di reddito d’impresa o da esercizio di arti e professioni) che producono, vendono, distribuiscono o rappresentano materiale pornografico. Laddove: “Ai fini del presente comma, per materiale pornografico si intendono i giornali quotidiani o periodici, con i relativi supporti integrativi, e ogni opera teatrale, letteraria, cinematografica, audiovisiva o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico o telematico, in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti, come determinati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per i beni e le attività culturali, da emanare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.”

Il 2 gennaio è l’ultimo giorno utile per le persone fisiche per versare l’acconto dell’addizionale Irpef del 25% sulla “produzione e vendita di materiale pornografico o di incitamento alla violenza”, (la cosiddetta “tassa etica”), relativa all’anno 2013 non effettuato entro la scadenza del 2 dicembre 2013. Per i soggetti Ires la scadenza della “porno tax” è invece il 9 gennaio.

Al solito, una persona razionale si domanderebbe quale sia la ratio di pagare una tassa che distingue il contenuto di un prodotto editoriale tassandolo in maniera diversa da un altro, nonostante entrambi le pubblicazioni sono legali.
Se la ragione non ci aiuta, pensiamo al (falso) moralismo cattolico che impera nel nostro paese, non per niente l’han battezzata “tassa etica”.

La torta non è affatto da ridere. Si stima un mercato intorno al miliardo di euro. 

A essere tassati saranno i contenuti adult che circolano su Internet, telefonia mobile, IP television e televisione su telefonia mobile (DVB-H o altri). Il punto è che in realtà molto dell’industria del porno “gira” su circuiti paralleli, opachi e difficilmente tracciabili. Il legislatore italiano sembra aver ancora problemi a capire che il mercato online ha barriere molto, molto fluide, e che pertanto è difficile circoscrivere l’arena da tassare. Ma andiamo avanti. A essere penalizzata maggiormente potrebbe essere la telefonia mobile. Perché? Perché verrebbe a mancare uno dei tre pilastri sulla quale è stata edificata, gli altri due sono la musica e lo sport. c’è poi la tracciabilità. Perché le leggi sono una cosa, e variano da stato a stato, la tracciabilità ben altro, quella c’è sempre.

Quanto pesi l’adult sul fatturato dei content non è affatto facile da calcolare. Ma chi dovrà pagare? Le normative sono talmente ampie e sfumate da indurre a pensare a una contabilità separata per ogni soggetto della filiera. è talmente ampio che è difficile immaginare una categoria di soggetti esenti dall’imposta in modo da evidenziare gli specifici fatturati generati dai contenuti adult sui quali pagare la maggiorazione d’imposta.

Facile a parole, un po’ meno nei fatti.

La costruzione del valore per ciò che concerne i contenuti per telefonia mobile rende l’applicazione un ginepraio. Ipotizziamo che i ricavi netti ai fini porno tax siano 100: la sovraimposta sarà dunque 25, ma come sarà divisa? E tra quanti soggetti? Chi dichiarerà il 100? I carrier telefonici “billano” i contenuti per categorie di prezzo o per suscription (x euro la settimana), lasciando al content l’imputazione del costo al contenuto specifico. Potrebbe non essere uno scenario fantascientifico il fatto che un operatore telefonico possa arrivare a dichiarare di non essere affatto a conoscenza di quale e quanta parte dei ricavi derivino dall’adult.

Perché nessuno avrà interesse a dire i fatti come stanno, e magari il Ministero sarà costretto, una volta di più, a rivedere al ribasso le stime.

 

Massimo Bencivenga 

 
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