Elezioni Quirinale del 1948. Quando la Dc preferý Luigi Einaudi a Carlo Sforza
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Elezioni Quirinale del 1948. Quando la Dc preferý Luigi Einaudi a Carlo Sforza

Il Conte era strasicuro di essere eletto, tanto che Andreotti, ambasciatore mandato da De Gasperi a portargli la brutta notizia, lo trov˛ a provare il suo discorso presidenziale

Elezioni Quirinale del 1948. Quando la Dc preferý Luigi Einaudi a Carlo Sforza

 

“E adesso chi glielo dice al Conte?”, disse De Gasperi quando si accorse che non sarebbe mai riuscito a far eleggere Presidente della Repubblica il conte Carlo Sforza, repubblicano ed ex ministro degli Esteri.

Sforza
 (l'uomo alto con la barba alla sinistra di Einaudi, l'uomo con il bastone) nella prima consultazione prese anche meno voti del Presidente provvisoria Enrico De Nicola. Sforza prese 353 voti su 833 votanti (contro i 396 rastrellati da De Nicola, che pure aveva detto chairo e tondo di non voler essere della partita). C’era una fronda, interna alla Dc, che non vedeva di buon grado il Conte.

Ad ogni modo, De Gasperi, sentiti i vari pareri, decise di mandare Andreotti da Sforza, per riferire che la Dc lo “abbandonava” decidendo di puntare su un altro cavallo. Il Conte non la prese bene, si aspettava un riconoscimento per i tanti anni spesi al servizio dell’Italia. E contro il Regime. Il Conte infatti si dimise dalla carica di Ambasciatore di sua maestà a Parigi all’indomani della marcia su Roma di Mussolini.
Va altresì detto che la “mossa” fu criticata anche dagli antifascisti. Ma aveva una sua opinione il Conte, e riteneva Mussolini non idoneo a dirigere la politica estera del regno, in quanto la politica internazionale non poteva basarsi e reggersi su un “sommario di sentimenti e risentimenti”, né tantomeno su quel nazionalismo che egli considerava uno dei nemici più grandi della politica estera di una nazione.
Soleva dire: “Quello che i nazionalisti non capiranno mai è che in politica estera per avere bisogna dare e per ricevere molto bisogna essere tanto coraggiosi da dichiararsi disposti a molto”. 

 


Rientrato in Italia cercò di farsi leader dell’opposizione fascista, e sei giorni dopo il delitto del deputato socialista, si recò al Quirinale, dove trovò un Vittorio Emanuele ormai persuaso ad appoggiare il fascismo; il re gli disse che gli italiani gli sembravano “buffi” volendo essere salvati, perché “un popolo deve salvarsi da sé”. Sforza così rispose: “E’ giusto Sire, ma è un’idea da repubblicano”. E annotò nel diario: “Adesso non potrà dire “non sapevo” “non mi avevano avvertito”.
Fu in esilio per ben 16, prima dell’8 Settembre. Un esilio volontario, dopo essersi auto dispensato dalla fedeltà a un sovrano che considerava ormai un “traditore”, colpevole di “mostrarsi preoccupato della sorte della dinastia e non del suo popolo”.  
Nel 1941, con un programma di otto punti, redatto dopo che era stata resa nota la Carta Atlantica, Sforza attribuì al popolo italiano il diritto di decidere sulla questione istituzionale e, di conseguenza, si accreditava così come “portavoce delle democrazia italiana all’estero”. Il Conte si persuase infatti che per gli italiani non esisteva altra strada che la Repubblica.

E pensava seriamente che nessuno più di lui potesse essere padre della Repubblica. Ma gli oppositori erano tanti e diversi. Palmiro Togliatti lo chiamava, in modo sprezzante, “Stenterello in uniforme americana” rinfacciandogli un eccessivo atlantismo; Dossetti, Fanfani e La Pira, “i professorini” della sinistra Dc erano allarmati dalla fame di mangiapreti e di dongiovanni impenitente; Giuseppe Saragat, non lo votò né lo fece votare per smarcarsi e tenere le distanze da De Gasperi.

L’ormai ex candidato si vide arrivare in casa, dopo aver congedato in realtà abbastanza freddamente  Andreotti, Ugo La Malfa e Randolfo Pacciardi, i quali gli dico di non mollare, che non tutto è perduto. E subito dopo Pacciardi chiama Saragat, offrendo allo stesso poltrone e ministeri in cambio di un appoggio per Sforza.
Saragat, già chiamato quasi giuda dai suoi vecchi amici socialisti, gli rispose a muso duro: “Sono Giuseppe Saragat, non un mercante di vacche”. Andreotti passò anche da Einaudi, che candidamente gli dice: “Io presidente della Repubblica? Ma come farò, zoppo come sono, a passare in rassegna le truppe alle parate militari?”.

La replica del giovane sottosegretario fu arguta e non ammettè repliche: “Non si preoccupi, potrà farlo in automobile”. Così, al quarto scrutinio, Luigi Einaudi venne eletto con 518 voti su 871 (il 57.5 per cento): quelli di Dc, Pli e Pri.
Il Pci, il Psi e, curiosamente, il Msi votarono per Orlando.

Luigi Einaudi, da tre Governatore della Banca d’Italia, divenne il primo Presidente “effettivo” della Repubblica italiana dopo il “provvisorio” Enrico De Nicola.

Massimo Bencivenga

 

 
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